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Così il pessimista assaporava il proibito

Nulla è più triste dell’intelligenza, quando la vita la deride. Il vecchio Cioran – scettico, lucido, tagliente – sembrava l’intelligenza fatta persona. Nella sua forma più caustica ed esasperata. Eppure anche lui fu sorpreso dalla vita. Con uno scherzo maliardo e fatale che lo colse del tutto impreparato. E alla prova del quale il maelström nero e tetro del suo pessimismo si tinse di rosa. La sua coerenza di pensiero, coriacea e inattaccabile, d’un tratto si liquefece.

Siamo agli inizi del 1981. Una giovane insegnante tedesca di filosofia, Friedgard Thoma, estasiata dai suoi sillogismi dell’amarezza, prende carta e penna e gli scrive una lettera. Un messaggio in bottiglia cui affida la propria ammirazione di anonima lettrice, senza alcuna speranza che l’illustre destinatario lo raccolga. Invece, con somma sorpresa, l’ormai settantenne scrittore-filosofo le risponde a giro di posta. In un ottimo tedesco, imparato negli anni Trenta nella Berlino di Hitler. Dopo averle manifestato il proprio compiacimento, conclude: «Se dovesse venire a Parigi, mi farebbe piacere conoscerla».

Galvanizzata dall’insperata considerazione, Friedgard gli spedisce una sua foto. Istinto femminile? Civetteria fatale? Fatto sta che di lì a qualche settimana, dopo un convulso scambio epistolare, si ritrova a passeggiare per Parigi, mano nella mano, con il vecchio pensatore. Ne nasce una storia d’amore impossibile: incontri fugaci, telefonate interminabili, un frenetico andirivieni di lettere tra Parigi e Colonia.

Friedgard ha oggi deciso di rendere pubblica la sua relazione con Cioran in un racconto in cui ha incastonato le loro lettere e le foto scattate insieme. Per nulla al mondo. Un amore di Cioran è il titolo del bel libro uscito in Germania contro il parere degli amici dello scomparso (Um nichts in der Welt. Eine Liebe von Cioran, Weidle Verlag, 139 pagg., euro 19). Il titolo è l’inizio di una frase di Colette – Pour rien au mondes – che il 19 giugno 1981 Cioran vergò per la giovane amante sul tovagliolo di un ristorante parigino. E che recita: «Per nulla al mondo avrebbe rinunciato all’uso lirico e vagabondo del suo tardo autunno».

Una storia d’amore incredibile. Per Cioran tanto ubriacante quanto illusoria e fatale, per Friedgard spiritualmente eccitante ma improbabile dal punto di vista anagrafico e fisico. Eppure l’imprevedibile meccanica dell’amore consente uno scambio: lui assapora avidamente la sua giovinezza, lei ottiene la sua intelligenza e pensieri fulminanti.

Dopo il primo incontro – Friedgard è appena ripartita per Colonia – il vecchio filosofo si precipita a scriverle. Le confessa di «avvertire un’attrazione perversa per il suo corpo». È la mattina di Pasqua. Insoddisfatto della comunicazione epistolare, maledettamente differita, la chiama al telefono. Ahimè, la trova a letto con il compagno. Scornato, riattacca. L’idea di un possesso non esclusivo lo tortura: «Mi prende una terribile gelosia all’inevitabile pensiero che durante questi maledetti giorni di Pasqua lei stia assieme al suo compagno».
Friedgard cerca di rintuzzare la sua possessiva invadenza giocando la carta della filosofia. Lo richiama al suo professato libertinaggio, al suo scetticismo, a una maggior coerenza con le proprie idee.

A lui però nulla importa più della relazione erotica con lei. Esclusiva. Dal filosofo ci si attenderebbe saggezza. Ma è un uomo anche lui: venderebbe l’anima al diavolo per un pezzo di carne giovane. Per Friedgard Cioran è perfino disposto a cambiare il suo pensiero. Per esempio smussa il suo antimodernismo reazionario: «Da quando la conosco credo al progresso – per via del telefono». Anziché la noia del vivere e l’ossessione del suicidio, cavalca ora con disinvoltura l’immaginazione. Ogni appiglio è buono per declinare la malinconia, l’insonnia, la nausea, il suo ben noto cafard, con il nuovo furore che lei gli ispira: l’eros. E che lo induce a proposte indecenti del tipo: «Vorrei sprofondare per sempre la mia testa sotto le tue sottane». Insomma: «Sei ormai il centro della mia vita, la dea di uno che non crede in nulla, la più grande felicità e infelicità che mi sia capitata».

Friedgard invece – candida e ingenua alla scuola del pensiero quanto navigata in quella dell’amore – lo frena. Dopo la prima entusiastica ubriacatura di eros e intelligenza, si ancora con saggezza alla realtà e al suo cinico richiamo: «Non si scopa l’intelligenza». Insomma, non dimentica l’impietosa differenza ontologica che li separa: «Tu sei vecchio, io giovane».

Affiorano anche piccinerie piccolo-borghesi. Come quando Cioran evita con accortezza che Friedgard incroci Simone Boué, la compagna con cui abita nella mansarda di Rue de l’Odéon. La prima volta approfitta di un’assenza di Simone da Parigi. La seconda affitta all’Hotel Brésil un’alcova per i loro incontri. Finché, per merito di Friedgard, la relazione si farà triangolare.

Che dire di tutto ciò? Come valutare questo libro dall’incontestabile appeal? Ancora una volta la storia di Aristotele e Fillide? Del saggio che cede alle venustà femminili? La filosofia osservata dal buco della serratura? Sarebbe un giudizio riduttivo. Perché qui Cioran, sotto la spinta della passione, esce allo scoperto. Mette in gioco tutto se stesso per avere partita vinta. Svela angoli remoti della sua psiche, risvolti sorprendenti del suo carattere, le sue passioni e le sue idiosincrasie. Esterna per esempio una malcelata antipatia per Celan, che pure lo ha tradotto e introdotto in Germania. Attirato dalla sfida dell’eterno femminino, lascia che siano lumeggiati a giorno i fondali segreti del suo pensiero. Un pensiero che lui stesso, nudo di fronte allo sguardo femminile che lo penetra, definisce così: «Un misto di filosofia e poesia, ma preferendo la seconda. Con residui di teologia e infetto dal virus della mistica».

Un libro, insomma, che si legge d’un fiato e che si può accompagnare con un altro fascinoso documento, un disco con le registrazioni originali di conferenze, interviste e discussioni di Cioran: Cafard. Originaltonaufnahmen 1974-1990 (CD e libro, a cura di Thomas Knöfel e Klaus Sander, con una postfazione di Peter Sloterdijk, [supposé] Verlag, euro 35).

Triste è l’epilogo. Verso la fine del 1989 il carteggio si interrompe. Cioran perde colpi, il suo circuito mnesico è interrotto. Non ricorda, non connette più. Lei va a trovarlo con Simone nell’ospizio dove è ricoverato. Ormai spento, attende soltanto che cali definitivamente il sipario: 21 giugno 1995. Dopo il decesso, Friedgard resta in contatto con Simone. La compagna di Cioran elabora il lutto trascrivendo le mille pagine dei Cahiers, che non vedrà però stampate. Poco prima della pubblicazione, l’11 settembre 1997, annegherà nell’Atlantico. Per Friedgard, che la conosce bene, si tratta di un suicidio. Perché se davvero la vita non è bella, come voleva Cioran, allora almeno la morte può essere più bella siamo noi a decidere quando. Simone ne è stata capace, Cioran no. Il libro di Friedgard è due cose insieme: un’elaborazione del lutto e una fuga dal suicidio.

Franco Volpi

"La Repubblica", Roma, 26.7.2oo2

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